venerdì 19 settembre 2014

Ella ha già tutto dentro di sé...



"Nell'Annunciazione senza-angelo di Antonello, la Vergine ha l'angelo dentro di sé. E questa credo che sia la ragione di massima modernità di quest'opera, con la figura che nella sua solitudine stringe in sé l'altro elemento. Ecco allora spiegato il senso del movimento della mano: intercettare la parola dell'angelo.Che è parola, appunto: non apparizione non corpo. E il velo serrato sul capo come un chador segna come una chiusura che è già in grembo, che è già il Gesù che è dentro di lei, mentre l'altra mano stringe il velo quasi a sigillare questa pienezza. E incornicia il bellissimo volto facendone risaltare la trasparenza meravigliosa, simile a quella del marmo pario usato dagli scultori della Magna Grecia. Sublime trasparenza di una pelle che così rivela, e al tempo stesso celebra, il frutto divino che già contiene."

( Vittorio Sgarbi, "Piene di Grazia; I volti della donna nell'arte", Bompiani)

mercoledì 28 maggio 2014

" Avrebbe potuto costruire un suo universo usando solo ciottoli e paglia"

Nel senso di miracoli veri e propri, non ce ne sono tanti attribuiti a San Tommaso d'Aquino come nelle vite di altri santi persino meno autorevoli; sono però di provata autenticità; perché lui era un uomo pubblico molto in vista e, cosa che gioca a suo favore, aveva una quantità di nemici di grande credibilità in grado di vagliare le sue affermazione. C'è almeno un miracolo di guarigione, quello di una donna che aveva toccato la sua veste; e molti episodi che possono essere considerati delle varianti della storia del crocifisso di Napoli. Tuttavia una di queste storie è di particolare rilevanza in quanto ci porta in un ambito più privato; più personale e persino più profondo della sua vita religiosa: quello che si esprime attraveerso la poesia. Quando era a Parigi, gli altri dottori della Sorbona lo misero di fronte al problema della natura della trasformazione mistica degli elementi dell'eucarestia, e lui mise per iscritto, come era solito fare, una spiegazione razionale ed esauriente della sua interpretazione. È superfluo dire che avvertì con sincero candore il peso della responsabilità di un verdetto del genere e, pare che gli abbia causato maggiore preoccupazione di quanto gliene causasse di solito il suo lavoro. Pregò Iddio più a lungo del consueto affinché lo illuminasse e infine, con uno dei pochi ma sensazionali gesti che hanno contraddistinto le svolte della sua vita, gettò la sua relazione sull'altare ai piedi del crocifisso e la lasciò come in attesa di giudizio. Poi si volse, scese i gradini dell'altare e si immerse nuovamente nella preghiera. Ma pare che gli altri frati siano rimasti a guardare, il che è molto verosimile perché in seguito affermarono che la figura di Cristo fosse scesa dalla croce davanti ai loro occhi e si fosse fermata in piedi sulla pergamena, dicendo: " Tommaso, ciò che hai scritto sul sacramento del mio corpo è la verità". Si dice che fu a seguito di questa visione che il suo corpo si è sollevato miracolosamente a mezz'aria. Un acuto osservatore contemporaneo di Tommaso d'Aquino disse che lui " Potrebbe ricostruire tutta la filosofia, se venisse distrutta da un incendio". È ciò che si intende quando si dice che era un uomo singolare, una mente creativa, e che avrebbe potuto costruire un suo universo usando solo ciottoli e paglia, facendo a meno anche dei manoscritti di Aristotele e Agostino.

( Estratto della grande biografia su San Tommaso d'Aquino, scritta da Gilbert Keith Chesterton)

venerdì 25 aprile 2014

La persona umana. Ragione intelligenza, amore

La persona umana non è, d'altra parte, soltanto ragione e intelligenza, che pur ne sono elementi costitutivi. Porta dentro di sé, iscritto nel più profondo del suo essere, il bisogno di amore, di essere amata e di amare a sua volta. Perciò si interroga e spesso si smarrisce di fronte alle durezze della vita, al male che esiste nel mondo e che appare tanto forte e, al contempo, radicalmente privo di senso. In particolare nella nostra epoca, nonostante tutti i progressi compiuti, il male non è affatto vinto; anzi, il suo potere sembra rafforzarsi e vengono presto smascherati tutti i tentativi di nasconderlo, come dimostrano sia l'esperienza quotidiana sia le grandi vicende storiche. Ritorna dunque, insistente, la domanda se nella nostra vita ci possa essere uno spazio sicuro per l'amore autentico e, in ultima analisi, se il mondo sia davvero l'opera della sapienza di Dio. Qui, molto più di ogni ragionamento umano, ci soccorre la novità sconvolgente della rivelazione biblica: il Creatore del cielo e della terra, l'unico Dio che è la sorgente di ogni essere, questo unico "Logos" creatore, questa ragione creatrice, sa amare personalmente l'uomo, anzi lo ama appassionatamente e vuole essere a sua volta amato. Questa ragione creatrice, che è nello stesso tempo amore, dà vita perciò a una storia d'amore con Israele, il suo popolo, e in questa vicenda, di fronte ai tradimenti del popolo, il suo amore si mostra ricco di inesauribile fedeltà e misericordia, è l'amore che perdona al di là di ogni limite. In Gesù Cristo un tale atteggiamento raggiunge la sua forma estrema, inaudita e drammatica: in Lui infatti Dio si fa uno di noi, nostro fratello in umanità, e addirittura sacrifica la sua vita per noi. Nella morte in croce - apparentemente il più grande male della storia -, si compie dunque "quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo - amore, questo, nella sua forma più radicale", nel quale si manifesta cosa significhi che "Dio è amore" (1 Gv 4, 8) e si comprende anche come debba definirsi l'amore autentico (cfr Enc. Deus caritas est, nn. 9-10 e 12).
Proprio perché ci ama veramente, Dio rispetta e salva la nostra libertà. Al potere del male e del peccato non oppone un potere più grande, ma - come ci ha detto il nostro amato Papa Giovanni Paolo II nell'Enciclica Dives in misericordia e, da ultimo, nel libro Memoria e identità, il suo vero testamento spirituale - preferisce porre il limite della sua pazienza e della sua misericordia, quel limite che è, in concreto, la sofferenza del Figlio di Dio. Così anche la nostra sofferenza è trasformata dal di dentro, è introdotta nella dimensione dell'amore e racchiude una promessa di salvezza. Cari fratelli e sorelle, tutto questo Giovanni Paolo II non lo ha soltanto pensato, e nemmeno soltanto creduto con una fede astratta: lo ha compreso e vissuto con una fede maturata nella sofferenza. Su questa strada, come Chiesa, siamo chiamati a seguirlo, nel modo e nella misura che Dio dispone per ciascuno di noi. La croce ci fa giustamente paura, come ha provocato paura e angoscia in Gesù Cristo (cfr Mc 14, 33-36): essa però non è negazione della vita, da cui per essere felici occorra sbarazzarsi. È invece il "sì" estremo di Dio all'uomo, l'espressione suprema del suo amore e la scaturigine della vita piena e perfetta: contiene dunque l'invito più convincente a seguire Cristo sulla via del dono di sé. Qui mi è caro rivolgere un pensiero di speciale affetto alle membra sofferenti del corpo del Signore: esse, in Italia come ovunque nel mondo, completano quello che manca ai patimenti di Cristo nella propria carne (cfr Col 1, 24) e contribuiscono così nella maniera più efficace alla comune salvezza. Esse sono i testimoni più convincenti di quella gioia che viene da Dio e che dona la forza di accettare la croce nell'amore e nella perseveranza.
Sappiamo bene che questa scelta della fede e della sequela di Cristo non è mai facile: è sempre, invece, contrastata e controversa. La Chiesa rimane quindi "segno di contraddizione", sulle orme del suo Maestro (cfr Lc 2, 34), anche nel nostro tempo. Ma non per questo ci perdiamo d'animo. Al contrario, dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta (apo-logia) a chiunque ci domandi ragione (logos) della nostra speranza, come ci invita a fare la prima Lettera di San Pietro (3, 15), che avete scelto assai opportunamente quale guida biblica per il cammino di questo Convegno. Dobbiamo rispondere "con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza" (3, 15-16), con quella forza mite che viene dall'unione con Cristo. Dobbiamo farlo a tutto campo, sul piano del pensiero e dell'azione, dei comportamenti personali e della testimonianza pubblica. La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell'intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall'amore reciproco e dall'attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Questa rimane la strada maestra per l'evangelizzazione: il Signore ci guidi a vivere questa unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l'evangelizzazione dell'Italia e del mondo di oggi. Vengo così ad un punto importante e fondamentale, cioè l'educazione.

( Benedetto XVI al Convegno Ecclesiale di Verona, nell'ottobre del 2006.)

martedì 4 febbraio 2014

Dostoevskij: Italia, "Regno di second'ordine"


[...] in tutto il secolo vi sono state intelligenze diplomatiche assai astute, intriganti, con la pretesa della più reale comprensione delle cose e intanto nessuno di essi ha visto mai niente oltre la punta del proprio naso e degli interessi correnti (tra l’altro i più superficiali ed erronei). Riattaccare i fili strappatisi, mettere una toppa ad un buco, "accrescere il prezzo di qualche cosa, indorare la merce per farla sembrare nuova", ecco il nostro compito, ecco il nostro lavoro! Tutto ciò ha una ragione, e secondo me la principale è la separazione dei princìpi, la separazione dal popolo e l’isolamento delle menti diplomatiche in una sfera per così dire troppo mondana e astratta dall’umanità. Prendete, per esempio, il conte di Cavour — non è un’intelligenza, non è un diplomatico? Io prendo lui come esempio perché ne è già riconosciuta la genialità e inoltre perché è già morto. Ma che cosa non ha fatto, guardate un po’; oh sì, ha raggiunto quel che voleva, ha riunito l’Italia e che ne è risultato: per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese — la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese — un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!
Fëdor Michailovic Dostoevskij

martedì 7 gennaio 2014

Virtù o fortuna?

A torto il genere umano si duole della propria natura perché, debole e di breve durata, è dominata più dal caso che dal valore. Se si vi riflette, al contrario, non si troverà al mondo cosa più alta e mirabile; ciò che manca alla natura umana non è il bigore, non è il tempo, è la costanza nell’operare. La vita dell’uomo scorre sotto la guida, il dominio dello spritio e quando, percorrendo il sentiero della virtù, procede verso la gloria, possiede forza, ptoere, fama, fortuna; ma, del resto, non c’è bisogno di fortuna, poiché non è essa che possa infondere onestà e tenacia o altre doti morali ad alcuno né toglierle a chi le ha. Ma se, schiavo di basse cupidige, l’uomo affonda nell’ozio e nel piacere dei sensi, dopo essersi giovato per breve tempo di voluttà deleterie e aver dissipato neghittosamente in esse forza, tempo e ingegno, allora se la prende con la debolezza della natura: ciascuno, infatti, imputa le proprie colpe alle circostanze. Ma se gli uomini dedicassero al bene l’impiego che mettono nella ricerca di cose disdicevoli, inutili e spesso anche pericolose e dannose, anziché trovarsi in balia dei casi della vita sarebbero loro a dominarli; e raggiungerebbero tale eccellenza da diventare, per loro gloria, da mortali a immortali.Dato infatti che gli esseri umani si compongono di corpo e anima, tutte le nostre inclinazioni tendono o alla natura del primo o a quella della seconda: bellezza, ricchezza, vigore e altre cose del genere sfumano rapidamente, ma le opere egrege dell’igegno sono, come l’anima, eterne. I pregi del corpo, i doni della fortuna, come hanno avuto un inizio, così avranno una fine; tutto ciò che nasce muore, tutto ciò che cresce declina. Ma lo spirito incorrotto, eterno, signore del genere umano, muove e regola ogni cosa e nulla può dominare su di esso. Tanto più dunque, suscita sbigottimento la perversità di coloro che, dediti ai piaceri dei sensi, trascorrono l’esistenza nel soddisfarli e, senza far nulla, lasciano intorpidire nell’ignoranza, senza esercitarli, l’intelligenza, che rappresenta ciò che la natura umana possiede di più nobile...

Sallustio, La guerra giugurtina

giovedì 26 dicembre 2013

Perché Dio si è incarnato se Egli è sommo Bene per essenza?

1.Essendo Dio dall‘eternità lo stesso bene per essenza, è cosa ottima che rimanga quello che da sempre è stato. Ma Dio è sempre stato assolutamente immateriale. Sarebbe stato dunque convenientissimo che egli non si fosse unito alla carne. Perciò l‘incarnazione divina non era conveniente.
2. Non è conveniente unire tra loro cose infinitamente distanti, come non lo sarebbe il combinare insieme in una pittura la faccia di un uomo con un collo di cavallo [cf. Orazio, De arte poet. 1 s.]. Ma Dio e la carne distano all‘infinito, poiché Dio è semplicissimo mentre la carne è composta, soprattutto quella umana. Era dunque sconveniente che Dio si unisse alla carne umana.
3. Tanto dista un corpo da uno spirito purissimo quanto il peccato dalla somma bontà. Ora, sarebbe stato del tutto sconveniente che Dio, bontà suprema, assumesse il peccato. Non era dunque conveniente che il sommo spirito increato assumesse un corpo.
4. Non si può costringere in termini minimi chi supera ogni misura, né può dedicarsi ai piccoli compiti chi è impegnato nei grandi. Quindi non sta bene, per usare le parole di Volusiano a S.Agostino [Epist. 135], «che nel corpicino di un bimbo in fasce si nasconda colui al quale non basta l‘universo; e che il grande Sovrano abbandoni i suoi cieli, trasferendo a un solo minuscolo corpo il governo di tutto il mondo».
In contrario: È convenientissimo che le realtà visibili mostrino quelle divine invisibili; per questo fine infatti è stato creato il mondo, come asserisce l‘Apostolo [Rm 1, 20]: «Le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l‘intelletto nelle opere da lui compiute». Ma il mistero dell‘incarnazione, dice il Damasceno [De fide orth. 3, 1], «rivela insieme la bontà, la sapienza, la giustizia e la potenza di Dio: la bontà, poiché egli non disdegnò la debolezza della sua creatura; la giustizia, poiché fece sconfiggere il demonio proprio da colui che ne era stato vinto, e strappò l‘uomo dalla morte senza forzare la sua libertà; la sapienza, poiché trovò la soluzione più adatta in una situazione difficilissima; l‘infinita potenza o virtù, infine, poiché non c‘è nulla di più grande di un Dio fatto uomo». Era dunque conveniente che Dio si incarnasse.
 Dimostrazione: A ciascuna cosa è conveniente ciò che è secondo la sua natura: come all‘uomo il ragionare, essendo egli per sua natura ragionevole. Ma la natura di Dio è la bontà stessa, come spiega Dionigi [De div. nom. 1]. Perciò conviene a Dio tutto ciò che è proprio della bontà. Ora, la bontà tende a comunicarsi, osserva ancora Dionigi [ib. 4]. Di conseguenza alla somma bontà si addice di comunicarsi alla creatura in modo sommo. E ciò avviene precisamente quando Dio «unisce a sé una natura creata in modo che una sola persona risulti di tre elementi: il Verbo, l‘anima e la carne», come dice S. Agostino [De Trin. 13, 17]. È chiaro dunque che l‘incarnazione di Dio era conveniente.
Analisi delle obiezioni:
1. Il mistero dell‘incarnazione non si è attuato per un qualche cambiamento nell‘eterna condizione di Dio, ma in quanto egli in modo nuovo si unì alla creatura, o meglio unì a sé la creatura. Ora, è conveniente che la creatura, mutevole di per se stessa, non si mantenga sempre nel medesimo stato. Come quindi fu prodotta nell‘essere non essendo esistita prima, così fu conveniente che non essendo stata prima unita a Dio, in seguito fosse a lui unita.
2. L‘unione con Dio nell‘unità della persona non si addiceva alla carne umana in forza della sua natura, poiché ciò oltrepassava il suo ordine. Si addiceva tuttavia a Dio, per l‘infinita eccellenza della sua bontà, che egli unisse a sé questa carne per la nostra salvezza.
3. Ogni condizione che differenzia le creature dal Creatore fu stabilita dalla sapienza di Dio e ordinata alla manifestazione della sua bontà: infatti Dio, non creato, non mutevole, non corporeo, produsse le creature mutevoli e materiali in funzione della sua bontà; e similmente le pene furonointrodotte dalla giustizia di Dio per la sua gloria. Al contrario le colpe vengono commesse con l‘abbandono delle norme della sapienza divina e dell‘ordine della divina bontà. Perciò Dio poteva assumere convenientemente una natura creata, mutevole, corporea e passibile; non invece il male della colpa.
4. Rispondiamo con le stesse parole di S. Agostino a Volusiano [Epist. 137, 2]: «La dottrina cristiana non insegna che Dio, calandosi nella carne umana, ha abbandonato o perduto il governo dell‘universo, oppure lo ha come ristretto in quel minuscolo corpo: questa è l‘immaginazione di uomini capaci di pensare solo alle realtà materiali. Ora, Dio è grande non per la mole, ma per la potenza: quindi la sua grandezza, raccogliendosi nelle piccole cose, non ne sente disagio. Come infatti il nostro fugace parlare viene ascoltato in un medesimo istante da molti e arriva a ciascuno per intero, così non è incredibile che l‘eterno Verbo divino sia contemporaneamente tutto intero in ogni luogo». E così non deriva alcun inconveniente dall‘incarnazione di Dio.


( Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Tertia pars, Argomento I, Articolo I)

sabato 7 dicembre 2013

AMARE...

Amare senza nulla chiedere,
amare per rinnegare se stesso,
amare per donare,
amare per essere deriso,
amare per sentirsi umiliato:
Ecco il Cristo,
il Figlio del Dio vivente.
Amò,
ama,
amerà te,
uomo,
sino alla morte
e alla morte di croce.
Uomo,
amalo.
È colui che è,
è colui che sa donare,
è colui che ti chiede solo un po' di amore.
Uomo,
daglielo.
Te lo chiede lui,
il tuo Gesù.
Colui che patì
per amor tuo.
Colui che seppe soffrire.
Colui che si donò
sino alla morte 
e alla morte di croce.
Uomo,
amalo almeno un po'.
Non vedi?
Ti chiama.
Ti chiama per mezzo di Pietro.
Ti chiama per mezzo degli Apostoli.
Ti chiama attraverso i suoi amici,
coloro che sanno amare,
coloro che sanno donare,
coloro che nulla chiedono:
solo una croce,
una croce d'amore,
solo uno sputo,
uno sputo per portare 
il loro amico a Gesù.
Uomo,
cambia la tua vita.
Uomo,
amalo.
Uomo,
convertiti e credi al Vangelo.

Maria Marino

domenica 24 novembre 2013

Obbedienza...

La vita dell’uomo sulla terra è obbedienza. Vita ed obbedienza si equivalgono. La vita è obbedienza e l’obbedienza è vita. Quando la vita viene scardinata dall’obbedienza, all’istante si entra in un processo di morte. La non obbedienza è non vita. La non vita è già morte. 
Il principio è facile nella sua formulazione, difficile è nella sua interpretazione, perché arduo, se non impossibile, stabilire la fonte ultima dalla quale scaturisce l’obbedienza per l’uomo. Oggi la nostra società vive un momento di forte crisi di identità, di vera morte, perché non sa più qual è la fonte dalla quale scaturisce per essa la vera obbedienza. Avendo oscurato la fonte primaria, nessuna sorgente derivata ha più consistenza di principio. Non si può spegnere la luce del sole e pensare di riscaldare la terra accendendo qualche fiammifero.
L’uomo ha spento Dio come sua fonte primaria, assoluta di obbedienza e lo ha sostituito con se stesso. Ha declassato il Signore della vita a pura idea, pensiero, immaginazione, creazione inutile. Ha deciso di erigere se stesso come unico principio, sola fonte di vera obbedienza per tutti gli altri. Questa è sublime insipienza. Nessun uomo potrà mai erigersi a fonte unica di obbedienza. Ogni uomo, uguale ad ogni altro uomo in dignità, pensiero, scienza, intelligenza, libertà, volontà, pretende anche lui di erigere se stesso quale unica e sola sorgente di obbedienza. Nasce il caos cui si assiste ogni giorno.
La nostra società oggi sta vivendo un tremendo, terrificante processo di morte, perché ognuno pensa seriamente che il suo pensiero, la sua volontà, il suo sentimento, la sua visione politica, morale, scientifica, economica debbano essere imposti a tutti. Essendo lui scardinato dal principio primo dell’obbedienza che è il vero Dio, essendosi fatto adoratore di se stesso, pone la propria mente come l’unico Dio da adorare. Quest’uomo che si è fatto principio di obbedienza per gli altri, vuole sottomettere gli altri al suo pensiero con la violenza, il sopruso, la delinquenza, la guerriglia, il caos sociale e politico, lo sciopero, il governo dei pensieri attraverso la stampa, i Mass Media, tutti quegli strumenti di apparente legalità che altro non sono se non sottile forma, invisibile via, per soggiogare gli altri al proprio pensiero, alle proprie idee, alla propria volontà. 
La nostra epoca è tremendamente atea. Lo attesta il suo stile di vita che è perenne disobbedienza. Si è senza autorità umana, perché si è senza autorità divina. L’uomo si sostituisce a Dio in ogni campo, non solo in quello della politica, ma anche in quello della scienza e si pone come principio originante di ogni obbedienza, anziché rimanere principio originato, secondario, dipendente dalla sola ed unica obbedienza che proviene dall’ascolto della volontà del suo Dio e Signore. L’episodio biblico che oggi sottoponiamo all’attenzione di tutti ci vuole insegnare questa unica e sola verità.

Sac. Costantino di Bruno (Periodico quindicinale di informazione religiosa e culturale, Anno 30, n.24)

mercoledì 16 ottobre 2013

Il piacere...

Quando noi dunque diciamo che il fine è il piacere, non intendiamo i piaceri dei dissoluti e dei gaudenti- come credono certuni ignoranti o dissidenti, o che mal ci comprendono- ma il non soffrire quanto al corpo e non essere turbati quanto all'anima. Perché non simposi o feste continue, né godersi giovanetti e donne, né pesci od altro che offre mensa sontuosa, rendono dolce la vita, ma sobrio giudizio che indaghi le cause di ogni scelta o avversione e discacci gli errori onde gli animi son colmi di ogni inquietudine. Di tutte queste cose è principio ed il massimo bene la prudenza, e perciò anche più pregevole della filosofia è la prudenza, origine di tutte le altre virtù, perché ci insegna che non c'è piacevole se non saggia e bella e giusta, ( né saggia, bella e giusta) se non piacevole. E certo le virtù sono connaturate a vita felice, e la felicita ne è inseparabile.

Epistola a Meneceo, Epicuro

giovedì 5 settembre 2013

I mali sono necessari?

" I mali che sono nel Tutto, in quanto conseguenza di cause precedenti, sono necessari? Certamente, perché se non ci fossero, il tutto non sarebbe completo. Parecchi di loro, per non dire tutti, sono utili all'Universo- si pensi agli animali velenosi!- , anche se di solito ne ignoriamo il motivo. Perfino il vizio può avere benefici effetti in gran numero con la produzione di begli oggetti, come per esempio di ogni opera d'arte; e poi ci stimola ad essere saggi, e non ci lascia impoltronire nella presunzione d'essere al sicuro. Se quello che diciamo è vero, è necessario che l'Anima del Tutto, ossia del cosmo, contempli le realtà superiori, tendendo sempre alla natura intellegibile e a dio."

( Plotino, Enneade II, 3 )

martedì 3 settembre 2013

Virtù...

" Ma allora a noi stessi che cosa rimane? Rimane il nostro io autentico, a cui la natura ha dato la possibilità di dominare le passioni. Ecco dunque che fra tutti questi mali che ci toccano a causa del corpo, almeno questa virtù che non ha padrone ci è stata concessa da Dio. E la virtù ci è necessaria non nei momenti di serenità, ma in quelli in cui si corre il rischio di precipitare nel male a motivo della sua mancanza. Ecco perché si deve fuggire da qui e separarsi da quello che è in sovrappiù, per non ridursi ad un composto, ossia a un semplice corpo dotato di anima, in cui prevale la natura corporea che ha solo qualche vaga traccia di anima. In tal caso, la convivenza di corpo e anima si risolverebbe a tutto vantaggio del corpo, in una vita che si esaurisce totalmente nella corporeità."

(Plotino, Enneade II,3)

mercoledì 28 agosto 2013

La Felicità...

" Noi siamo in cerca non del Bene come causa ma di quello immanente. Si è più volte ribadito che la Vita perfetta, autentica e reale, sta in quella natura intellettiva, mentre tutte le altfe vite sono imperfette, in quanto semplici simulacri di vita, in sé acerbe e ancora impure, che non partecipano più della vita, che del suo contrario. Insomma, ci sia permesso dire che se tutti i viventi si originano da un unico Principio e se gli altri esseri non godono del medesimo livello di vita, allora è necessario che un siffatto Principio sia la prima vita e la più perfetta".

Così scriveva Plotino nel IV trattato della I Enneade. È il trattato sulla felicità, il quarantesimo in ordine cronologico ed è stato scritto dal Filosofo negli ultimi anni della sua vita. Esso è il frutto dell'esperienza di una vita intera!
La felicità, infatti, non consiste nel solo vivere bene nella sfera fisica bensì nel vivere una vita spirituale perfetta, la quale consente di raggiungere il Bene supremo. Solo così l'uomo riuscirà non ad evitare ma ad affrontare i "mali" considerandoli per quello che sono e quindi saperli, inevitabilmente, sopportare.

sabato 10 agosto 2013

La Madonna a Treblinka...



" Mi accorsi che fino a quel momento avevo usato con leggerezza una parola terribile per la sua potenza : immortalità. Questo quadro di Raffaello non morirà finché sarà vivo l'uomo. La sua bellezza è intrecciata, fusa in eterno con quella bellezza che si nasconde, profonda e indistruttibile, dovunque nasce ed esiste la vita, negli scantinati, nelle soffitte, nei palazzi, nelle prigioni"

( La Madonna a Treblinka, Grossman Vasilij)

domenica 7 luglio 2013

Amore e verità...

" Aveva cominciato a sentire che l'amore di suo padre e di sua madre, e anche dell'amico suo, Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l'avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati". 
( Siddharta)

Chiari riferimenti.......

L’amore non si può ridurre a un sentimento che va e viene. Esso tocca, sì, la nostra affettività, ma per aprirla alla persona amata e iniziare così un cammino, che è un uscire dalla chiusura nel proprio io e andare verso l’altra persona, per edificare un rapporto duraturo; l’amore mira all’unione con la persona amata. Si rivela allora in che senso l’amore ha bisogno di verità. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’“io” al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante  fugace per edificare la vita e portare frutto.
Se l’amore ha bisogno della verità, anche la verità ha bisogno dell’amore. Amore e verità non si possono separare. Senza amore, la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona. La verità che cerchiamo, quella che offre significato ai nostri passi, ci illumina quando siamo toccati dall’amore. Chi ama capisce che l’amore è esperienza di verità, che esso stesso apre i nostri occhi per vedere tutta la realtà in modo nuovo, in unione con la persona amata. In questo senso, san Gregorio Magno ha scritto che « amor ipse notitia est », l’amore stesso è una conoscenza, porta con sé una logica nuova.Si tratta di un modo relazionale di guardare il mondo, che diventa conoscenza condivisa, visione nella visione dell’altro e visione comune su tutte le cose. Guglielmo di Saint Thierry, nel Medioevo, segue questa tradizione quando commenta un versetto del Cantico dei Cantici in cui l’amato dice all’amata: I tuoi occhi sono occhi di colomba (cfr Ct 1,15).Questi due occhi, spiega Guglielmo, sono la ragione credente e l’amore, che diventano un solo occhio per giungere a contemplare Dio, quando l’intelletto si fa « intelletto di un amore illuminato ».

(Lumen Fidei)

martedì 25 giugno 2013

Principe Vogelfrej...

Così sto, dunque, appeso ad un ramo curvo
Alto sul mare e sopra la collina:
Mi invitò qui, suo ospite, un uccello
Lo seguii a volo e ora riposo, riposo
E batto queste mie piccole ali.
Il mare, bianco si è addormentato,
E addormenta in me ogni ah! e ahimè.
La mèta, il porto li ho dimenticati,
Dimenticati ho timore e lode e pena:
Adesso seguo ogni uccello nel suo volo.
Un passo dopo l'altro - non è vita!
Stanca e avvilisce il moto delle gambe!
Io lascio che mi sollevino i venti,
Amo questo librarmi con le ali
E tener dietro al volo di ogni uccello.
Ragione? - Un brutto affare questo:
Lingua e ragione incespicano spesso!
Il volo mi ha donato nuove forze
E mi ha insegnato più belle occupazioni,
Canto, scherzo e arie da vaudeville.
Pensare soli - è saggio.

 F. Nietzsche - Idilli di Messina

mercoledì 12 giugno 2013

Scoperte...

" C'è voluto quindi tutto lo stomaco di struzzo dei nazisti, accompagnato dall'ignoranza dei loro avversari, per fare di un autore filosemita, antirazzista, antinazionalista, antitedesco, europeista, una loro bandiera"
(Massimo Fini, Nietzsche L'apolide dell'esistenza)

Più volte la figura del filosofo tedesco Nietzsche viene accostata al nazismo...

In alcune delle sue opere possiamo trovare dei passi significativi..

In "Umano troppo Umano"

"L'intera questione ebraica esiste solo entro gli Stati nazionali, in quanto dappertutto l'efficienza e la superiore intelligenza degli Ebrei, il capitale di spirito e di volontà da essi accumulato di generazione in generazione in una lunga scuola di dolore, sono destinati a prevalere in misura tale da risvegliare invidia e odio, sicché oggi in quasi tutte le nazioni, cioè quanto più esse tornano ad assumere un atteggiamento nazionalistico, dilaga il malcostume letterario di condurre gli Ebrei al macello come capri espiatori di tutti i possibili mali pubblici"

In "Al di là del bene e del male"

"Gli ebrei sono senza dubbio la razza più forte, più tenace e più pura che viva oggi in Europa; anche nelle condizioni più difficili essi sanno raggiungere il proprio intento in forza di talune virtù che si preferirebbe oggi marchiare come vizi"

In "Ecce homo"

"Gli ebrei sono il popolo più notevole della storia mondiale"

mercoledì 22 maggio 2013

Mettere al centro la persona...

L’economia mondiale e soprattutto quella italiana sta attraversando un periodo molto negativo. Ma, è proprio dai periodi negativi che si deve costruire un futuro migliore. Le proposte per far ripartire la nostra bella Italia sono semplici.
Si deve partire dal presupposto che la crisi finanziaria, economica, politica è prima d’ogni altra cosa una crisi antropologica.
È l’uomo che ha smarrito la sua vera identità e la sua vera natura di essere umano. Le leggi e i discorsi sull’aborto, sul matrimonio omosessuale, sull’eutanasia, non sono argomenti a sé ma sono il frutto di quello che la società sta cercando di impiantare e sconvolgere nel nostro modo di vivere.
Ritornando al discorso economico l’Italia ha bisogno di ricette semplici e concrete.
Allora partiamo dal presupposto che con l’impostazione keynesiana, e con l’avvento del welfare state si è cercato di riequilibrare il sistema economico e le varie disuguaglianze socio-economiche con i sussidi, agevolazioni eccc…. mettendo lo Stato al centro del Sistema economico e non la singola persona.
Se non si crea lavoro, ci potranno essere tutte le agevolazioni di questo mondo, ma l’individuo non potrà mai godere di un reddito minimo. Quindi meno Stato e più persona. In questo modo si è creato il debito pubblico, ponendo al centro dell’economia lo Stato inteso non come l’insieme di tutti i cittadini ma come società astratta, che ha lo scopo non di stimolare la domanda globale ma quello di mirare almeno al pareggio di bilancio.
Quindi oggigiorno il primo problema non è il lavoro delle singole persone, e delle imprese, ma è quello statale!! Ci affligge il debito pubblico!!
Ma perché? Però non è questo il vero problema dell’Italia oggi!!!!!!
Ci affligge e ci preoccupa il sistema bancario, non il cercare di creare occupazione. Neanche questo è il vero problema!!
Si deve quindi partire dalle cose semplici e concrete, creando, più impresa e meno stato, debellando e stravolgendo il nostro inutile e lagnoso sistema burocratico e fare interventi di micro credito.
Si deve mettere al centro di tutto la singola persona!
Fiducia in questo governo di larghe intese e fiducia anche in una riforma delle istituzioni e soprattutto di quella magistratura politicizzata e fiducia in una semplice e bella legge elettorale
Giovanni Gigliotti

domenica 12 maggio 2013

La mamma...

Epicuro è il primo filosofo antico che svela i suoi sentimenti verso la madre. 
In una lettera, parzialmente conservataci da Diogene di Enoanda, Egli scrive:

e perciò, mamma, abbi fiducia, poiché codeste tue immaginazioni non ti svelano nessun male mio; anzi, io acquisto ogni giorno maggiore incentivo a progredire sulla via della felicità. Pensa che sono felicissimo per la gioia di tali beni e sii orgogliosa di quello che faccio qui. E poi, risparmia per te queste cose che tu continuamente mi invii: non vorrei che mancassero a te per averne io di troppo, mentre preferisco mancarne io purché le abbia tu.

È da premettere che per il filosofo " aggiungere un pò di cacio conservato agli abituali pane ed acqua era già segno di festa". Infatti, le condizioni di salute ed il cibo precario, avevano destato la preoccupazione della madre.

Comprendiamo dunque che:
La mamma è la dimora di ognuno dei suoi figli! E riconosciamo, inoltre, alcune virtù che le appartengono quali: 
l'amore, la pazienza, il conforto, la prudenza, la semplicità, la temperanza, la giustizia e la diligenza.




giovedì 18 aprile 2013

Luce di verità...

Studiando il Libro VI de "La Repubblica" di Platone...

La verità è immutabile! È la luce della vera conoscenza, cioè del vero sapere, che noi tutti dobbiamo ricercare. Qualora mancasse la verità non si parlerà più di conoscenza, ma di un falso sapere, che condiziona la vita e la ricerca umana del proprio essere, della sua vera natura. Dunque,dobbiamo condurre il nostro pensiero alla ricerca della vera sapienza, illuminata da una costante "luce di verità".

Riporto una breve parte del dialogo.

Socrate: Sai che gli occhi quando vengono rivolti verso oggetti i cui colori non sono più illuminati dalla luce del giorno, bensì da quella notturna, si indeboliscono e sembrano quasi ciechi, come se non possedessero più la chiarezza della vista?
Glaucone: Certo
Socrate: Quando invece, penso, si rivolgono verso oggetti che il sole illumina vedono distintamente e appare che questi stessi occhi possiedono tale chiarezza.
Glaucone: Si
Socrate: Allo stesso modo concepisci così anche il comportamento dell'anima: quando si fissa saldamente su ciò che è illuminato dalla verità e dall'essere, allora lo pensa e lo conosce e si manifesta nella pienezza del pensiero; quando invece si volge a ciò che comporta oscurità- allora opina e s'indebolisce, mutando su e giù le sue opinioni, e sembra ormai non aver più pensiero.


lunedì 15 aprile 2013

Riflettendo sulla giustizia divina...

L‘atto della giustizia consiste nel dare ciò che è dovuto. Ma Dio non è debitore a nessuno. Quindi a Dio non si addice la giustizia.

In contrario a questa affermazione sta scritto: " Giusto è il Signore, ama le cose giuste"

Riflettiamo sul concetto di giustizia divina. E analizziamo parimenti di che tipo è.
San Tommaso d'Aquino, nella Summa Theologiae, (Argomento 21, Articolo 1)
chiarisce:

"Vi sono due specie di giustizia. La prima consiste nel mutuo dare e ricevere: come quella che si ha nella compra-vendita e negli altri scambi o commutazioni del genere. E questa dal Filosofo [Ethic. 5, 4] è chiamata giustizia commutativa, cioè regolatrice degli scambi o commutazioni. Tale giustizia non può essere attribuita a Dio poiché, come dice l‘Apostolo [Rm 11, 35]: «Chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?». L‘altra [specie di giustizia] consiste nel distribuire [o amministrare], e prende il nome di giustizia distributiva: a norma di essa chi governa o amministra dà a ciascuno secondo il merito. Ora, come il buon ordine che regna in una famiglia o in qualsiasi moltitudine organizzata dimostra che in colui che governa c‘è tale specie di giustizia, così l‘ordine dell‘universo, che appare tanto nella natura quanto negli esseri dotati di volontà, dimostra la giustizia di Dio. Perciò Dionigi [De div. nom. 8] dice: «Bisogna scorgere la vera giustizia di Dio nel fatto che egli dà a tutti ciò che loro conviene secondo il grado di ciascuno degli esseri esistenti, e che conserva la natura di ogni essere nel proprio ordine e nel proprio valore".